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Monday, March 31, 2014

New thing, arnesi vecchi

Ma quelli che sapevano citare "Das Kapital" per edizione, captolo e versetto, che "la tragedia fu la sconfitta do Trotzky", quelli che la "democrazia" era tra virgolette e le "libertà", spesso, "borghesi", quelli che il 1989 "meh", sì quelli lì, insomma, dove sono finiti? Molti, dopo Puerto Escondido, si ritrovano sul sito e sui blog dei Wu Ming, dove la festa continua, magari in tono un po' minore. Partendo da lì, si vezzeggiano su twitter, si recensiscono i libri a vicenda, partecipano a reciproche trasmissioni radio, eccetera.

Sul sito, una sottile impiallacciatura di No Logo, Anonymous (italianizzato con una maschera da Zanni, tiè), e Occupy dissimula, ma non riesce a nascondere, la solida vena del legno della vecchia pianta. Basta socchiudere gli occhi e l'HTML si scioglie rivelando in filigrana un volantino ciclostilato. Ah, i vecchi anni 1970, con tutta la pacottiglia che non mi sognerei mai di rimpiangere.

Ma non di questo vorrei parlare, quanto del fatto che i componenti dei Wu Ming scrivono libri, che  coerentemente - e coraggiosamente - rendono disponibili per il download. Uno di questi (di Wu Ming 1) si chiama "New Thing" che, come sa chiunque abbia avuto per le mani un disco "Impulse!" è il nome "colto" (e per questo, praticamente dimenticato) del free jazz.

Ho letto "New Thing" animato da vaghi pregiudizi (tipo "Sarà una palla allucinante"). Sono stato felicemente smentito. "New thing" è un giallo grazioso il cui impianto idelologico è giustificato dall'ambientazione (la New York degli anni '60). Anche se non riesco a perdonare a quel personaggio che parla sprezzantemente di  Stan Getz (cosa che credo nessun sassofonista abbia mai fatto, e pour cause), anche la parte del libro che riguarda la musica è informata (anche troppo, come dirò). Lo stile è debitore del New Journalism, con una spruzzata di gonzo e (IMHO) James Ellroy. Il tutto funziona piuttosto bene, nonostante un ricorrente tick accademico che emerge occasionalmente sotto forma di pedanti quasi-note-a-piè-di-pagina (come la digressione sul signifyin' nel bel mezzo di un supposto articolo giornalistico su un omicidio a Brooklyn).

La storia si sviluppa in maniera appassionante, nonostante alcuni appesantimenti (ad esempio, una trenodia recitata in prima persona dal morente  John Coltrane  che io ho trovato posticcia) e altre inspiegabili omissioni (ad esempio, ci si aspetta ad ogni momento che compaia la figura tragica Albert Ayler: e invece no). Ci si dimentica persino che, insomma, il fatto che tutta questa blackness che neanche Amiri Baraka, esca da una penna bolognese, è credibile fino a Martedì.

E si continua così fin quasi alle - dolenti - note finali.

Raccontare storie (thriller o no) è un po' come volare: se atterri male, rovini tutto il volo. (Anche nel jazz è così: se suoni bene l'inizio e la fine, in mezzo puoi fare cosa vuoi - o quasi). Sono quasi sicuro che per l'autore di "New Thing", "ideologico" è un complimento e non una critica. Ma l'ideologia è una di quelle spezie da usare col bilancino, esageri un po' e ti ritrovi sbalestrato nei fittizi atti di un convegno pubblicati degli Editori Riuniti nel 1973 ("Cibernetica, una scienza borghese").

Così capita a questa storia, dove l'impianto ideologico e l'accademismo latente cristallizzano improvvisamente in un denouement quasi farsesco, dove si ha l'impressione di incontrare un Goldfinger fascista che abbia studiato troppa musicologia: "Si chiederà come abbia fatto a scoprirla, Bond. Sono state le settime diminuite della sua versione di 'Black Bottom Stomp' a farmi sospettare di lei." "Ingegnoso, Goldfinger, l'avevo sottovalutata. Ma non erano settime diminuite, erano settime napoletane" "Dannato figlio della perfida albione! Ma non riderà tanto fra due ore..." etc.

Un po' è anche colpa del fatto che, avendo messo tanta carne al fuoco in poche pagine, l'autore pare attanagliato dalla fretta di chiudere e anche questo non aiuta. Peccato, perché così "New Thing" prende 6+ e poteva essere un 8.

Thursday, March 13, 2014

^[[?1034h is in our files. We are not amused.

And so while I am busily coding stuff for our internal revamped monitoring system (nagios, smokeping, graphite and sundry  software packeges), the exceedingly weird [?1034h sequence began showing sometimes up at the end of json files I generete to create graphical dashboards, messing stuff up beyond repair.

The pesky string is (as adroitly pointed out in this post) a terminal escape sequence, namely, the smm capability (Meta Mode On) for xterm  definition in terminfo. The same post suggests - correctly - that unsetting the TERM environment variable makes the problem disappears. Which I did, thusly:


# Avoid weird escape sequences in output
delete $ENV{TERM};

Why should this be happening tho'? It's not perl specific (it's hitting python too, so there). It should be related to running (interactive) shell commands - that's when the terminal rendering stuff is initialized - but I am not knowingly doing it. Even more creepily, it does not show up in all the files I am generating: so far, I have seen it once.

Google is not helping, a part from confirming that more than a few have seen this happening. And the rest is silence.

Almost.

As this post makes clear, it could be a bug in some system IO libraries, somehow related to readline:



# $ python -c 'import readline' |less
ESC[?1034h(END)


Well, needless to say, I am not explicitly using readline, but still.

Wednesday, February 26, 2014

Perché detesto Dawkins e i New Atheists


Parlando soprattutto di Dawkins:
  • Per aver degradato l'immemore e nobile riflessione sulla tragedia e lo scopo della vita umana in quello che  - per mancanza di una frase italiana ugualmente succinta - definirò come "meme-slinging contest between adolescent bigot rednecks and adolescent self-declared freethinking neckbeards".(1)
  • Per essersi posto al centro di un fanboyismo che trovo francamente imbarazzante (è diretto anche ad Hitchens, che però, essendo morto, è una forma di culto dei santi).
  • Per aver fondato un culto - con tanto di Santi laici - senza avere nemmeno la scusa di dire che gliel'ha ispirato Dio.
  • Per i repertori di errori logici che riducono qualunque scambio di idee in questo campo ad esercizi di paint-by-numbers: "Hai commesso le fallacie logiche n^ 1,9,12"
  • Per farsi portavoce di uno scientismo così rozzo da rendere imbarazzante ogni associazione.
  •  Per ritenere di non aver nessun bisogno di informarsi sulle religioni e la loro storia perchè tanto "sono tutte baggianate"
  • Per /r/atheism
  •  Per avermi reso agnostico da ateo che ero.
Non gli addebito invece il fatto di aver universalizzato quello che è un conflitto regionale (USA) idelogico con la destra evangelica americana, perché lì è il resto del mondo che dovrebbe essere più furbo e non esportare tutto quello che succede negli US. Gli dò un limitato credito perché addita alcune verità scomode in campo religioso (ma si tolgono i guanti per i musulmani e li tengono per l'ebraismo, ehm). Non assolvo Sam Harris, ma lo trovo molto preferibile a  Dawkins.

Note:
  1. "meme-slinging contest between adolescent bigot rednecks and adolescent self-declared freethinking neckbeards": gara a colpi di meme tra adoloscenti rurali bigotti e adolescenti nerd disadattati autoproclamatisi liberi pensatori
  2. Dawkins è anche un biologo, ma non di quello mi interesso. E neanche se ne interessa più tanto lui, stando almeno ai suoi account twitter e facebook, dove fa soprattutto il polemista. Se continuo a seguirlo ancora un po' forse mi farà diventare un credente.

Monday, February 24, 2014

UDP is the Chuck Norris of protocols.

Gilded on reddit: (not mine, alas)

I'll defend UDP.

  • UDP is the honey badger of the internet protocol suite.
  • UDP is all about the transaction. UDP is standing on a cliff yelling, "Come at me, bro", whether you're there or not.
  • UDP is a man's protocol doing real shit like bootstrapping your ass and slapping an IP on you. Get up, motha fucka!
  • UDP will talk shit to one of you or all of you. UDP ain't scared. UDP brought the fear.
  • UDP understands that you may be slow sometimes. So UDP will wait for your sorry ass. UDP grew up without a father, too.
  • UDP sends a message and couldn't give a fuck if you got it or not.
  • UDP got a message from you saying that you got his messages and guess what? UDP didn't even open it! Not one fuck given.
  • Don't try to shake UDP's hand! You crazy?
And, when UDP dies because you weren't available, UDP doesn't shed a tear. UDP is hardcore. He's going out even if he knows you ain't there. UDP is a goddam one-man slaughter house.
Why?
Because UDP doesn't give a fuck.

Thursday, February 20, 2014

Amazon, il Moloch.

Ho avuto un'interessante scambio di vedute sul blog di Loredana Lipperini, di cui riporto solo un'estratto (quello che mi riguarda).

Tutto muove da un articolo di Federico Rampini (che è riportato nell'originale) e che Lipperini commenta (tra l'altro) così:

"Quando si parla di Amazon, anzi, quando si critica Amazon in Italia si viene accusati di essere dalla parte dei poteri forti (!) dell’editoria, e dunque di contrastare il diritto del lettore a pagare poco un libro e il diritto dell’autore ad autopubblicarsi. Proteste, se permettete, da cortiletto: perché a forza di rivendicare quel che dovrebbe spettarci in prima persona e di infischiarcene di tutto il resto siamo dove siamo (dove siamo? Ditemelo voi). E negli altri paesi? Le cose stanno in modo leggermente diverso. Qui sotto, l’articolo di Federico Rampini per Repubblica di oggi: che riporta quanto si dice nei media americani e inglesi. Poteri forti pure loro? E sia, ma forse qualcosa di vero c’è,  no?"

Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 3:37 pm da alessandro forghieri: Che fare, quindi, di domande del tipo:

"Jane Friedman, the former Random House and HarperCollins executive, who now runs a digital publisher called Open Road Integrated Media, told me, “If there wasn’t an Amazon today, there probably wouldn’t be a book business.”"

Oppure:

“What do you want as an author—to sell books to as few people as possible for as much as possible, or for as little as possible to as many readers as possible?”

Dibattiti da cortiletto, è ovvio. Eppure, appaiono sui media angloamericani, quindi, qualcosa di vero ci sarà, no?

La risposta italiana è chiara: massima restrizione del mercato, che tanto era già asfittico, sostegno dei prezzi ope legis, chiusura totale all'innovazione. 

Usciti dal cortiletto, ci troveremo in tasca un'altra edizione scollata della Divina Commedia, comprata a 30 euro dalla cartolibreria dell'angolo (che ha anche sei Oscar di Manzoni, e il libro "le tagliatelle di Nonna Pina"). Buono per la MOndandori, visto che Dante e Manzoni di anticipi e royalty non ne hanno più bisogno.


Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 11:22 am da lalipperini: 
Dibattito da cortiletto è tirar fuori ogni volta i “poteri forti” (debolini, al momento) e non considerare mai che il vendere il maggior numero di libri al maggior numero di lettori, e aggiungo nel minor tempo possibile ha un costo umano. Quello di chi lavora ad Amazon. O tuteliamo solo il diritto del consumatore a scapito di quello del lavoratore?


Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 11:23 am da Maurizio: 
@alessandro forghieri: non mi pare si stia verificando quanto sostieni. E comunque il rispetto delle norme sulla concorrenza (antitrust, divieto di dumping) e quello dei diritti dei lavoratori devono o no essere imposti anche con mezzi - se del caso - coercitivi? Perché è di questo che si sta parlando, non di altro.



Postato lunedì, 17 febbraio 2014 da alessandro forghieri: 
@lalipperini Le ramanzine sui costi umani convincono di più quando non
provengono dai concorrenti e sono confrontate coi costi (sempre umani)
delle alternative, tra cui è opportuno anche contemplare il
differenziale eventuale di occupazione (con/senza Amazon). Se no sono
discorsi vagamente ludditi, “scare tactics” volte soprattutto a
screditare il concorrente. Si direbbe quasi che gli editori
tradizionali non riescano concorrere efficacemente con Amazon per
convinzione etica e simpatia per i sindacati.  Sono sempre d’accordo
con la tutela dei diritti dei lavoratori (ma lavorare in Amazon è
sempre meglio che lavorare in fonderia, varrebbe la pena di
ricordarsene). Come bisognerebbe ricordarsi più spesso che lo
spregevole consumatore coincide in toto con il nobile lavoratore.


@maurizio DIrei proprio che si sta verificando. Il decreto sul massimo
sconto applicabile ai prodotti editoriali (noto come norma
Anti-amazon) è dell’anno scorso direi. La qualità materiale media
(carta, rilegature, etc.) dei prodotti editoriali italiani è
spregevole come lo è stata negli ultimi decenni, i costi elevati (dai
20 euro in su per un hardback non illustrato) come di consueto,
l’offerta … ‘nsomma. Se non fosse per l’odiata Amazon, l’offerta degli
e-book sarebbe minima e un reader costerebbe 300 Euro (prezzo di un
reader Sony - scarsino - di 2 anni fa). Last but not least, un e-book
costerebbe come l’equivalente cartaceo.

Piangere sulla sorte degli editori tradizionali è un po’ come provare
a piangere sulla sorte dell’industria musicale - per quanto ci si
provi, non ci si riesce. Fra l’altro trovo un po’ paradossale che i
difensori dello “status quo ante Amazon” siano gli stessi che
lamentano costantemente che l’Italia sia un paese di non lettori.

P.S: E no, non sono un dipendente di Amazon, neanche alla
lontana. Neanche lavoro nell’editoria. Sono solo uno che compra libri
da una vita, in Italia e negli Stati Uniti,

Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 1:09 pm da lalipperini:
Alessandro, se ha la bontà di leggere le testimonianze dirette sui e
dei lavoratori di Amazon, credo che cambierà le sue opinioni sulle
fonderie. Quanto al luddismo, non se ne avrà a male, spero, se le dico
che questa è la classica critica che si oppone a chi avanza dubbi
sulle magnifiche sorti e progressive della rete (ma poi, parlare
genericamente di critica alla rete ha poco senso: si discute di
pratiche all’interno del mezzo, e non del mezzo, ma facciamo finta che
sia così): quando avviene, si viene arruolati nelle fila del generale
Ludd. Anche qui, sarebbe interessante ricordare chi era Ned Ludd: non
il visionario retrogrado della vulgata sprezzante nei confronti dei
luddisti, ma un combattente che fece ben più che distruggere un telaio
meccanico negli ultimi anni del Settecento. Il luddismo era un
movimento operaio che difendeva i lavoratori, attraverso il
sabotaggio, non dalla rivoluzione industriale in sé, ma dalle forme di
sfruttamento che ne derivarono. A maggior ragione, ritengo importante
provare a capire quali forme di sfruttamento molto meno visibili di un
telaio meccanico vengono messe in atto oggi.

I sindacati non possono neanche mettere piede dentro Amazon: di certo
non in Italia. E, in tutta sincerità, non vedo perché “avere simpatia
per i sindacati” debba essere un male.  Gli editori tradizionali,
inoltre. Che stiano sbagliando miliardi di cose ci trova
concordi. Contestare Amazon non significa AFFATTO difendere l’editoria
così come è concepita oggi.  

Quanto alla sua ultima frase, quella del consumatore che coincide con
il lavoratore, è verissima: una delle grandi questioni che è stata
posta da chi si occupa seriamente della tutela dei lavoratori
nell’epoca delle multinazionali “digitali” è proprio come far capire
al lavoratore Foxconn che apre un pacco di Amazon e al lavoratore
Amazon che usa un iPhone che sono parte del medesimo sfruttamento. Il
che non significa, ovviamente, fare a meno dell’acquisto di libri on
line nè degli iPhone. Ma criticare lo scenario, invece, è legittimo.
Concludo, chiedendo venia per la lunghezza, riprendendo una vecchia
citazione di Foucault, che in Microfisica del potere scrive: “Quel che
gli intellettuali hanno scoperto a partire dalle esperienze politiche
degli ultimi anni è che le masse non hanno bisogno di loro per sapere;
sanno perfettamente, chiaramente, molto meglio di loro, e lo dicono
bene. Ma esiste un sistema di potere che blocca, vieta, invalida
questo discorso e questo sapere; potere che non è solo nelle istanze
superiori della censura, ma che affonda molto in profondità, e molto
sottilmente in tutte le maglie della società. Gli intellettuali stessi
fanno parte di questo sistema di potere, l’idea che essi siano gli
agenti della ‘coscienza’ e del discorso è parte di questo sistema. Il
ruolo dell’intellettuale non è più di porsi ‘un po’ avanti o un po’ a
lato’ per dire la verità muta di tutti; è piuttosto di lottare contro
le forme di potere là dove ne è ad un tempo l’oggetto e lo strumento:
nell’ordine del ‘sapere’, della ‘verità’, della ‘coscienza’ e del
‘discorso’. E’ in questo senso che la teoria non sarà l’espressione,
la traduzione o l’applicazione di una pratica, ma una pratica essa
stessa”.  Pratica. Dire non “devi fare questo”, ma “questo è quel che
vedo”. 

E noi vediamo multinazionali che per vendere ti coinvolgono nel
processo: sei libero di dire no, naturalmente, o di accettare. Non
critico la tua scelta: dico che il tuo essere nella rete ANCHE per
vendere un prodotto altrui fa parte di un processo che riguarda tutti
noi.


Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 1:13 pm da isabella:
Ci credo, Alessandro, infatti, se fossi un dipendente amazon non solo
non potresti parlare, ma non avresti neanche il tempo per farlo,
sfinito come saresti dai ritmi di lavoro.  Resta il fatto che si sono
altre narrazioni possibili e quella di guardare amazon nella sua
realtà è una narrazione interessante, istruttiva, che porta a
ragionare anche su altri lati più o meno oscuri del mercato. Perchè lo
sappiamo bene che non c’è solo amazon, ma amazon per molti è più
fastidiosa di altri.  Tanto come dice il cognato portalettere tutti
comprano amazon, per cui non verrà meno il suo posto sul mercato.

Diciamo che la storia che personalmente voglio raccontare e sentir
raccontare è un’altra e mi impegno di cuore, come lo faccio già da
tempo con Nestlè, Adidas ed altri marchi sfruttatori. Non ho problemi
a rivolgermi altrove e spero di poter continuare a narrare questa
storia altra senza ogni volta dover sentire qualcuno che vuol farmi
cambiare idea.


Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 2:58 pm da Maurizio:
@Alessandro Forghieri: “La qualità materiale media (carta, rilegature, etc.) dei prodotti editoriali italiani è spregevole come lo è stata negli ultimi decenni, i costi elevati (dai 20 euro in su per un hardback non illustrato) come di consueto, l’offerta”. Va bene, parliamo per un momento di mercato del libro e facciamo finta che il problema dello sfruttamento delle persone (che è il più grave) non ci sia. Sulla qualità editoriale non discuto, ma come ti ha già fatto notare Loredana criticare Amazon non significa difendere l’industria editoriale degli ultimi decenni. I costi elevati dipendono in massima parte dal problema della distribuzione, che in Italia è oligopolistica e non solo fagocita metà o più del prezzo di copertina, ma decide pure chi deve andare in vetrina e chi no. Anche qui un problema di antitrust, la stessa che NON interviene sugli abusi di posizione dominante di Amazon. Quanto alla legge, non sono in grado di dire se sia fatta bene o meno; osservo però che cercare di limitare il dumping, pratica commercialmente scorretta, è (sarebbe) un dovere da parte delle autorità; e certe politiche folli di sconto si chiamano così: dumping. Qui nessuno, credo, è contro il commercio on line o contro gli e-book; io stesso ho un Kindle, sebbene non me lo sia comprato da solo, e certo non l’ho parcheggiato in magazzino per punire Amazon. Solo che cerco di fare acquisti critici: certi libri li compro in librerie piccole che mi piace che restino aperte, altri on line ma da distributori meno chiacchierati (e che pagano le tasse in Italia), e da Amazon compro solo ebook. Non mi sento per questo un trinariciuto, ma solo uno che non si ferma alla superficie delle analisi. Vogliamo parlare di mercato? Bene, facciamolo. Ma per favore, cerchiamo di andare oltre quello che si legge a pagina 1 del manuale di economia 1.

@George
non possiamo pensare all’operato illuminato di aziende e governi; i lavoratori ACCETTANO in quanto deboli nella singola contrattazione; bisognerebbe che TUTTI i lavoratori si coordinassero nel non accettare condizioni sotto a certi standard.
forse è utopistico nel mondo del lavoro al tempo della crisi, ma la via è pensare globale: commercio globale, lavoro globale, leggi globali, sindacati globali (anche se mi ridere pensare che un sindacato globale possa essere efficente qunado non lo è nel singolo stato.. ma va beh)
Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 3:06 pm da Nicola


Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 3:37 pm da alessandro forghieri:
Ho letto le testimonianze dei lavoratori Amazon. Non c'è dubbio che
alcuni comportamenti di Amazon siano spregevoli (e.g. il conteggiare
nell'orario di riposo il tempo richiesto uscire dai tornelli) e penso
che andrebbero sanzionati *ove irregolari o - peggio - illegali*. (A
proposito, mi incuriosisce questo fatto che i sindacati in Italia non
possano mettere piede in Amazon - siamo sicuri? Pensavo che il
comportamento antisindacale fosse sanzionato dal diritto del lavoro,
ma IANAL, etc.) D'altra parte io - non da solo - trovo ripugnanti
anche alcuni atteggiamenti della Fiat, ma non ho sentito invocare
tariffe o tassazioni punitive a suo carico. Nessuno che abbia detto
che la Fiat sia un Moloch (un Dio cartaginese cui si sacrificavano i
bambini, tanto per capirci). Tutt'al più si criticano i pulloverini di
Marchionne invece di estasiarsene (a proposito, anche Bezos si mette i
dolcevita - complotto?)

Ciò detto, mi pare che siamo pituttosto lontani dal padrone delle
ferriere e molto vicini alla normale dinamica aziendale. Se invece
Amazon fosse in violazione delle regole, non si capisce perchè queste
ultime non vengano applicate.

Io non ho detto da nessuna parte che la "simpatia per i sindacati" sia
un male (o un bene). Mi limito a notare che a me pare che spesso si
monti un caso etico contro le cattiverie - vere o presunte - di Amazon
perchè

1) Fa copia - più, che, ad esempio, andare a vedere come si faccia a
diventare giornalista in Italia, o cosa voglia dire fare il
pubblicista o il traduttore, o se nella logistica di un quotidiano (o
di una mozzarella) tutti siano sindacalizzati, pagati adeguatamente e
a tempo pieno.

2) Amazon è bravissima a vendere ,più brava di quasi tutti gli altri
ed è più facile dire quanto è cattiva che eguagliarla - un po' come
quando il nucleo antisofisticazione si fa un giro e, guarda caso,
becca solo i cinesi.

3) L'abbiamo presa per i fondelli per 10 anni buoni mentre
continuavamo col business as usual, impipandocene di internet e
tutte queste idiozie e adesso ci sta mandando a stendere.

Tutti fenomeni già osservati, fra l'altro, (molto più in piccolo) 30
anni fa, quando tutti ce l'avevano con Newton Compton perchè vendeva i
classici a mille lire (e se ben ricordo c'era un risvolto umano anche
lì, sul trattamento dei traduttori e degli editor)

Massimo rispetto per Foucault, ma mi sembra che in questo caso la
sapienza nelle masse (di lettori) sia votare con il portafogli per
Amazon - mi chiedo se schiaffare delle tariffe sui libri sia la
reazione più etica. Visto che, poi, chi non se li potrà più permettere
- i libri - sarà il magazziniere di Amazon, che sta a Spinaceto, e non
il frequentatore della deliziosa, piccola libreria che sta in centro a
Roma e dove negli anni 50 si incontravano Flaiano e Calvino (faccio
per dire, ma solo un po').

  
A @Isabella dico di raccontare tranquillamente la storia che vuole
raccontare, come anche io racconto la mia - quello di non volere
ascoltare pareri discordanti (che si chiama confronto delle idee- a
volte anche informazione) è una presa di posizione un po' originale,
ma insomma, c'è ancora abbastanza cera per chi ama riempirsene le
orecchie. Naturalmente con le orecchie tappate non si sentono le
sirene, nè si corre il rischio di sentire cose scomode.

@Maurizio: Sì se si tratta di dumping. Ma nel caso specifico, all’italiana, non si è neanche posto il caso (che, probabilmente, non c’era, e comunque mai dare potere all’antitrust, siamo matti?): si è solo limitato lo sconto massimo applicabile, andando in tasca fra l’altro a insegnanti e biblioteche, e facendo anche imbufalire i librai. Solo Mondadori e Feltrinelli non si lamentarono - missione compiuta.

Ciò detto, anch’io compro “dolphin safe”, figuriamoci se voglio limitare le opzioni di qualcun altro.

(TL;DR: Se Amazon viola le regole, si applichino subito. Ma se è solo brava a vendere, ed è etica ne più ne meno che qualunque altra azienda, siete sicuri che i vostri motivi siano puri?)


Postato lunedì, 17 febbraio 2014 alle 7:51 pm da lalipperini:
Alessandro, come detto sopra: non è che deprecando le pratiche di Amazon non si deprechi Marchionne, la Fiat, il comportamento degli editori verso i lavoratori precari. Mi sembra un ragionamento, permettimi, pieno di pregiudizi, come se qui si fosse col mignolino alzato a sorseggiare tisane (naturalmente rimpiangendo, signora mia, i tempi di Flaiano e Calvino, visto che chi parla contro un monopolista è gioco forza un intellettuale da caricatura, una damazza da salottino), ignorando quanto avviene. Non è così. Depreco Marchionne E Amazon, i grandi e piccoli editori che sfruttano i precari e i traduttori, e se vuoi ti faccio la lista. Ma mi sembra un po’ grottesco.

Quanto alle tariffe sui libri, se ti riferisci alla legge sul prezzo del libro, quella italiana è contraddittoria, parziale e confusa. Ma, se permetti, occorre fare una scelta: modello liberista fatevi concorrenza o modello francese con lo Stato che tutela editori e librai? L’Italia non ha deciso nulla, e arranca, e lo stato delle cose in editoria è disastroso.

Ma la questione Amazon va al di là di queste considerazioni, direi. (e, sì, sono sicura, i sindacati non possono entrare nei magazzini, in Italia, e, sì, la tutela di chi lavora mi interessa più dei delfini, e che gli dei marini mi perdonino):


Postato martedì, 18 febbraio 2014 alle 10:50 am da alessandro forghieri

OK, ultimo post, e spero conciliatorio - che se no su internet si sa
come si va a finire, si litiga anche se si è d'acordo su quasi
tutto. Perciò, chiedo scusa, sarò lungo.

Loredana, intanto si sa che questo è un forum (e uno di quelli intelligenti,
complimenti) e che uno finisce per infilare in 4 post tutto quello che
ha pensato leggendo sullo stesso tema in luoghi più impervi ad una
discussione ragionevole ("tutta colpa di Berlusconi!" "Ah, ecco la zecca
seguace della mortadella..." etc.) Quindi chiedo scusa se ho fatto di
molte erbe un fascio. Ad esempio, la difesa della deliziosa libreria
di Roma l'ho sentita fare non qui, ma su Radio 3, da gente
che nella stessa frase è capace di prendersela con i libri al
supermercato e col fatto che gli italiani non leggono ma gli inglesi -
che bravi gli inglesi - sì. Si vede che da W.H.Smith, secondo loro,
c'andava a bere W.H.Auden. E poi non avevo ancora letto questo quindi ero fuori tema.

Facciamo finta che in Italia si riesca a fare una scelta. Il modello
francese, coi suoi grand commis dirigisti, gli ordinateurs e i
megaoctets mi dà un po' noia. Però si vede che qualcosa di giusto
riescono a combinarla, visto che il loro cinema produce ancora film
decenti: il nostro, a forza di tutelarlo, lo abbiamo ammazzato.

Dovessi scegliere, lascerei fare a Darwin, anche perchè ho in gran
dispetto le tutele all'italiana di cui vedo gli effetti.

Anche io (quando non sono chiuso in salotto da solo a comprare roba su
Amazon) frequento librerie di cui sono innamorato (ad esempio c'è
Bastogi a Orbetello - fine consigli per gli acquisti) e quando (negli
Stati Uniti) hanno chiuso Border's mi è preso il magone. Ma non penso
sia giusto far mantenere i miei vizi al pubblico senza averci pensato
molto bene. Vado all'opera, ma non credo che si possano far pagare i
bilanci fallimentari degli enti lirici a chi - vivaddio - vuole usare
i suoi soldi per andare allo stadio. In qualche modo va sempre a
finire che vengono tutelati quelli che sono più bravi a beccarsi i
finanziamenti. Quelli che fanno le opere migliori o i film più
avvincenti vanno da un'altra parte. Forse in Francia.

Non credo faremo nè l'uno nè l'altro, in Italia la non scelta è una
strategia, che, tra una regola contraddittoria e l'altra, fa sempre sì
che si possa fare una carezza ad un amico. La via italiana al mercato
passa per la chiusura del concorrente a colpi di leggine ad hoc,
ispezioncine della finanza e via legiferando (basta vedere come se la
cava Esselunga in Emilia - e a me non piace Caprotti, eh)

Il che mi riporta alla tutela dei lavoratori, ai delfini (di cui mi
assumo la responsabilità eliminandoli dalla discussione) e ad
Amazon. E' vero che Amazon trascende le nostre questioni da
cortiletto. C'è di mezzo la disintermediazione indotta da internet, la
sparizione dei media fisici, l'impatto sul processo editoriale (di cui
parla l'inchiesta del New Yorker). E poi i segnatempo messi fuori dai
tornelli.  Io non è che voglio toglierla di mezzo l'ultima questione,
ma perchè la vulgata italo-europea s'interessa di amazon
principalmente per l'ultimo punto? Ma veramente 8 ore di amazon sono
peggio che 8 ore nella linea di packaging di una ceramica? Se in
amazon si violano le regole s'intervenga subito. Ma se no?

L'articolo di Rampini riassume servizi fatti dai soliti sospetti (BBC,
New Yorker) lasciando però fuori tutte le sfumature e si lamenta che
"Wal Mart...almeno si attira addosso l’antipatia dell’opinione
pubblica progressista." E dalli col Moloch, con la gente che isolata
nel suo salotto, etc. Si ha l'impressione che Rampini sarebbe contento
se potesse dire che le custodie dei Kindle sono fatte di pelle di
delfino (non ho resistito a reinserirli).

Quello che fa sentire me isolato è che pare che opinioni di questo tipo le legga e ponderi solo io. (Oh, si tratta di Slate, mica di Forbes)

Infatti mi sorprende che tu dica "...in Italia si viene accusati di
essere dalla parte dei poteri forti (!) dell’editoria, e dunque di
contrastare il diritto del lettore a pagare poco un libro e il diritto
dell’autore ad autopubblicarsi". Io ho sempre visto copertissimo il
lato del Moloch, à la Rampini. Sarà mica che a coprire l'altro
versante ci siamo solo io e Slate ;-).

Con simpatia,
Alessandro

(TL;DR :  Bel blog. Complimenti)


Postato martedì, 18 febbraio 2014 alle 11:54 am da lalipperini:
Alessandro, mica siete soli, tu e Slate, c’è anche Bezos :D A parte gli scherzi, che l’Italia sia alquanto disorientata e spesso ignorante in materia è vero. Vero anche un altro fenomeno, molto ben descritto in questo post:
http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241
(grazie!)


Aggiungo un paio di considerazioni fuori banda (non dovrei? E chi l'ha detto? My blog, my castle, my rules.)

La prima, è che nessuno pare sia molto appassionato di dare risponste alla domanda "Che fare, se di fatto Amazon rispetta le regole?". L'ho chiesto tre volte, ma nessuno se n'è fatto caso.

La seconda, è che sono andato a leggere (un paio di volte) il post di Wu-Ming, e mi ha depresso, come mi deprimeva la lettura di certi volumi degli Editori Riuniti, editi negli anni dai 1960-70 con capitoli intitolati "Cibernetica: Un'analisi dialettico-marxista". Comunque, a chi si chiedeva dove erano finiti dopo il 1989 i marxisti che citano "Das Kapital"  chapter and verse: sono lì.

Wednesday, February 12, 2014

On turning Linux into Windows

What follows is my reply to this very good post  by Paul Selegue Eberhart.

My feelings exactly. I do not think this train can be stopped however. Not since Fedora bug 53407  and the ensuing  discussion. (TL;DR: Turned out FC12 suddenly was allowing console users install signed packages without prompting for root password. The developers responsible for the change argued endlessly that the change was for the best, and that legacy Unix mindset was preventing them from doing cool things)

It's "Because of the mouldy figs we cannot be kewl", and "We should not be afraid of complexity"  (these folks have never heard of the blob antipattern). Too bad Redmond was not hiring more coders, the problem would have been solved.

What will probably stop  this move to turn Linux into Windows is that the growing irrelevance  of the Linux Desktop will turn their sights on mobile development. Then the server people and saner attitudes will be given a chance.

(I didn't know that systemd shared authorship with pulseaudio. Now that I know, I will have to ponder a platform transition from RedHat for my servers. Although it would have to be to some *BSD* as I am not very partial to the Ubuntu vagaries, either.)

P.S: the aforementioned FC bug has this illuminating exchange:

> > This is really a *major* change that is precise opposite of the way *NIX has
> > always worked.  
> 
> I don't particularly care how UNIX has always worked.

I do, or I'd be using Windows.

Tuesday, December 17, 2013

Is this what humor impairment looks like?

Dave Barry has writtten extensively on the subject of Humour Impairment, but it does not appear the illness has been cured.

This was posted on reddit.com/r/Linux:



OP:"Please do not post support questions here!
This is not the subreddit for them.
/r/LinuxQuestions and /r/Linux4noobs are both great and correct places to ask for support using Linux, either as a newbie or an advanced user.
"


Me:"Please do not post module announcements here. They should go to comp.lang.perl.modules. If they are moderated they should go to comp.lang.perl.modules.moderated. If your question is on core it should go to comp.lang.perl.core, however, if it is on operators, post it to comp.lang.perl.operators. Language questions go to comp.lang.perl.language, all others should go to comp.lang.perl.programming. Also, will those of you who are playing in the match this afternoon move your clothes down onto the lower peg immediately after lunch, before you write your letter home, if you're not getting your hair cut, unless you've got a younger brother who is going out this weekend as the guest of another boy, in which case, collect his note before lunch, put it in your letter after you've had your hair cut, and make sure he moves your clothes down onto the lower peg for you."


Redditor:"I've read it multiple times and I still don't understand what this means. I think you meant to post this to /r/perl ?"


Me: "It's perfectly simple. If you're not getting your hair cut, you don't have to move your brother's clothes down to the lower peg. You simply collect his note before lunch, after you've done your scripture prep, when you've written your letter home, before rest, move your own clothes onto the lower peg, greet the visitors, and report to Mr. Viney that you've had your chit signed. Now, sex. Sex, sex, sex. Where were we? Well, had I got as far as the penis entering the vagina?"

Friday, December 13, 2013

Lo hobbit: la sfortuna di essere orco, l'imbarazzo di essere un drago

Insomma sono andato tra i primi a vedere la seconda parte di lo Hobbit, diretto da Peter Jackson, e mi dispiace dire che mi è piaciuto piuttosto meno del primo.

Diamo subito a Cesare quel che è di Cesare: grandi ambientazioni e grande spettacolo visivo, passo sostenuto (anche troppo), effetti speciali,  CGI e trucco di prim'ordine: la noia non fa parte dei problemi di questo film.

Nemmeno i cambiamenti di trama rispetto al libro  nè l'introduzione di personaggi nuovi, mi hanno disturbato più di tanto - li avevo già digeriti nel primo film  (ma altri la pensano diversamente, e molto in negativo).

La recitazione è più o meno quella del primo film. Continuo a preferire i personaggi secondari (Balin fra tutti): Thorin diventa più sinistro ad ogni minuto (dovrebbe essere soprattutto triste e assorto) e Bilbo sembra costantemente fuori posto (un po' era così anche nel libro, in fondo).

Passiamo alle cose che mi sono veramente piaciute poco o per nulla, in ordine inverso di sgradimento (Attenzione: qualche spoiler).

Intanto il ritmo narrativo. I viaggi nel "Signore degli Anelli" e ne "Lo Hobbit" sono lunghi - durano settimane, mesi. INfatti a volte sono tanto lunghi da essere fastidiosi (l'attraversamento di Mordor di Frodo e Sam l'ho sempre trovato esageratamente lungo). Mentre nel primo film PJ faceva qualche sforzo per comunicare questa dimensione temporale (scene serali nell'accampamento), in questo - forse punto sul vivo dalle critiche di lentezza rivolto al primo - non ci ha nemmeno provato.

Nonostante la considerevole durata del film (2 ore e 40 minuti) molte situazioni hanno il ritmo frenetico di comiche di Ridolini: la scena che ha decisamente la peggio è l'attraversamento di Bosco Atro, che pare durare cinque minuti in tutto: per compensare e spiegare lo spaesamento dei personaggi, ci fanno sospettare che il luogo sia psichedelico ("L'aria è strana") forse per un eccesso di canapa nel sottobosco. Anche l'episodio dei ragni viene trattato con la stessa fretta.

Beorn ha la palma del personaggio più maltrattato. Assoggettato al trattamento Ridolini di cui sopra, viene ridotto ad una specie di bruto caratteriale (nel libro è un personaggio nobile e strano).  Tutta la scena della presentazione  a coppie della compagnia sparisce, così come il senso globale dell'episodio.

 Gli orchi. Sono centinaia e sono ovunque, anche dove non te li aspetti (nel regno degli elfi silvani ad esempio). Sono più grandi, (apparentemente) forti e mostruosi che mai. E totalmente, irrimediabilmente sfigati.  Dopo un po' uno comincia a provare la stessa simpatia che si prova per Wile E. Coyote. I terribili orchi si battono continuamente il petto, minacciano sfracelli, corrono come pazzi - sui Warg e  a piedi - e non fanno che prendere micidiali tranvate, da chiunque, senza riuscire a infliggere danni che non siano risibili. Bisogna aspettare fino a tre quarti del film prima che Legolas prenda due (lievi) pappine da un orco e l'unico risultato che hanno è farlo imbufalire ancora di più. Poco lontano, dieci orchi non riescono ad avere ragione di due bambine, che li bersagliano con piatti di legno. Così imbelli sono i poveri Uruk Hai che dopo un po', forse per rendere le cose più interessanti, i protagonisti cominciano ad ucciderli in maniera comica, o addirittura spregevole ("Se parli ti lascerò libero" ... "Ecco gli ho liberato le spalle dalla sua mostruosa testa"). Dice Legolas: "Tauriel, non puoi dare la caccia da sola ad una banda di 30 orchi", ma è chiaro che per questi qui bastava anche l'orso Yoghi.

Il drago Smaug. A parte che doveva essere rosso (è verde) doveva anche essere tremendo. E' vero che, nel libro, l'interazione del drago con gli gnomi lascia un po' a desiderare (e tutto sommato anche il modo in cui viene fatto sparire è abbastanza sbrigativo). Bisogna ricordare che nel libro Bilbo parla a Smaug mentre è invisibile e nascosto nell'imboccatura di un tunnel angusto e ciononostante, quando Smaug si stanca - dopo 10 minuti  - delle chiacchiere di Bilbo, manca poco che arrostisca tutti quanti, si sfoga demolendo mezza montagna solitaria. e poi se ne va a distruggere Ponte Lagolungo. Per cui si può capire che Jackson volesse incrementare la presenza in scena di Smaug. Ma il prezzo che ha pagato per farlo è altissimo. Per 20 minuti Smaug si esibisce in evoluzioni (impressionanti) in uno spazio grande, illuminato e sgombro come lo stadio di San Siro senza riuscire ad arrivare nenache vicino ad uno dei 13 nani più un hobbit che per tutto il tempo corrono in piena vista e lo prendono per i fondelli. Il cartone animato di riferimento diventa (ahimè) Tom e Jerry. Il comportamento di Bilbo è demenziale, continua a mettersi e a togliersi l' anello dell'invisibilità per motivi inspiegabili: quando se lo toglie, cerca subito di nascondersi (!!!)   Attorno a lui  abbondano le situazioni risibili:Thorin naviga un fiume di oro fuso su uno scudo senza farsi nemmeno una vescica ad un mignolo. E, nella migliore tradizone dei cattivi di Bond, tutta la scena è accompagnata da incessanti, logorroici proclami ("Come sono terribile! Ora vi prenderò!") di Smaug , che evidentemente non si accorge dell'imbarazzante pochezza dei risultati. Forse il padre e il nonno di Thorin li ammazzò annoiandoli a morte.

Insomma si assiste ad un sacrificio massiccio della logica a vantaggio dello spettacolo, e mi sembra che, anche per un film di cappa e spada, si esageri. Come disse un mio amico - parlando de "La Mummia "- "E' vero che al cinema bisogna sospendere l'incredulità, ma dirci che al Cairo, nel 1917, si verificarono le 10 piaghe d'Egitto e nessuno lo ha mai saputo mi pare troppo". Appunto.

P.S: Non è colpa di P.J. ma tra le cose spiacevoli devo aggiungere la traduzione del parlato, sciatta e piena di anglicismi o di allocuzioni contorte evidentemente derivate dalla forma dell'originale Inglese. Ma non è certo questo l'unico caso, o il peggiore.

Friday, December 6, 2013

Local editing of remote file, from the CLI, with emacs.

What I do all day long involves hopping, mostly with ssh, on various machines and editing files over there.

Over the years I have settled on emacs as my sole editor. I have even tried to plug it in various IDEs (such as Eclipse: without much luck, so I backed off). So the initial approach requires having it installed everywhere I log in. Cool, but it deprives me of the graphical environment because...

  1. X over the network is pitiably slow
  2. FreeNX is better, but not enough, and sometimes screws up on fonts, keyboard type, etc. Also you end up with a mess of emacsen frames, and copypasting is still not ideal.
As an old time emacs hand I would not be (much) bothered by having to use the tty version, if it were not for the clunkyness of cutting and pasting between windows on different servers (which I often do). For a while I relied on mounting the remote machine's file systems locally with sshfs, under a hierarchy such as
as
/remote/server1/... 
/remote/server2/... 
I could then use my local emacs to edit remote files as if they were local. Not bad - and I still use this technique now and then, for different purposes - except:

  • It's overkill
  • You now have to remember to unmount
  • You now have this wonderful opportunity of wiping out an entire server (or part thereof) by mistyping a command on your local machine (I know. It happened - shudder)
After that, I began using an emacs extension called TRAMP. It gives emacs the ability to edit remote files whose path is of the form:

//server:/my/nifty/file.txt

TRAMP does its thing by using a variety of transports, mostly ssh based. It also gives you access to countless emacs goodies, like diff'ing (via ediff) two buffers sitting on different machines, editing remote directories, remote VC (careful of C-c C-Q, though) and more. But I digress. So this TRAMPish solution is much better except for the (not huge, really, but still) snag of having to remember to:
  1. Look up the path of the file (in the terminal)
  2. Restrain the habit of editing in the terminal window itself
  3.  Move to my emacs window (maybe on a different desktop, hidden under a pile of junk; also, makes me pick up the mouse even if not strictly needed)
  4. Type again (or maybe paste) the file path, in tramp digestible format.
Because of this, and to my chagrin, I sometime ended up in - unwillingly - editing within the terminal. Would it not be supercool if I could type on the server:

server1:/# hed /my/nifty/file.txt

and have the file pop up in my local emacs window? Which brings us to my latest, greatest solution to this monumental problem of computer science.

Update: Andrew McGlashan alerted me to vim's capability of opening remote files from the CLI much like emacs does. Which means that suitably combining that and gvim's client-server capabilities, you can pull the same trick if you are a vi head. Which is good, because, as soon as I posted this, a number of dudes felt obliged to point out that vi is the editor. Which may well be the case, for them and for all I (want to) know. I will leave the development of the idea to vi users more gifted than I (not a hard feat to achieve). 

(Caveat: I tried what follows with emacs 24.2.1, tramp 2.2.24-1 (which ships with emacs) on a Fedora Core 18 Linux. I suppose it may work with other combinations of versions, operating systems... even with windows, putty and some sort of ssh server on top of that. But I did not even venture to try.)


  1. Be sure to have the following in your local .emacs:

      (server-start)

    This make emacs listen to a local socket so you later on, can type 


    localhost:/# emacsclient file.txt

    and have the (local) file pop up inside emacs. Man emacsclient explains this.
  2. Have shared ssh keys between your desktop and your servers, and an operating ssh-agent so you don't have to type your password every time (if you don't know what I am talking about, man ssh, man ssh-agent, man ssh-add are your friends)
  3. Have a .ssh/config file containing stanzas like the following:
    
    Host server1
     HostName server1.foo.bar
     RemoteForward 8222  127.0.0.1:22 
     User luser
    
    
    So you can type
    
    
    localhost:/ #ssh server1 
    
    
    and be connected to server1 as luser, passwordless, and tunneling the port 8222 (arbitrary number) on the local interface of server1 back to your sshd port on your local machine (this is quite a mouthful).
  4. Now install the following thingy on all your servers, say in /usr/local/bin, and call it hed (don't forget to chmod 755 /usr/local/bin/hed):
    
    #!/bin/bash
    
    PORT=8222
    HOST=localhost
    LHOST=${HOSTNAME:-$(hostname -f) }
    RU=${HUSERNAME:-$USER}
    
    ver=0.1
    author="Alessandro Forghieri "
    usage () {
     name=`basename $0`
     echo "$name $ver $author"
     echo
     echo "Usage: $name [-p port] [-h host ] [-l lname] [-u user]  [-v] file1 file2 ..."
     echo
     echo "        -p   port number (defaults to $PORT)"
     echo "        -h   host remote host (defaults to $HOST)"
     echo "        -l   lname name of this host "
     echo "             (defaults to content of HOSTNAME or output or hostname -f command, currrently: $LHOST)"
     echo "        -u   user remote user "
     echo "             (defaults to the contents of the HUSERNAME or USER environment variable, "
     echo "             currently: $RU)"
     echo "        file1 file2 localfiles to edit with remote editor"
     echo
     echo "See also: man boilerplate"
     echo
    }
    
    #http://stackoverflow.com/questions/3915040/bash-fish-command-to-print-absolute-path-to-a-file
    abspath() {
        curdir=$(pwd)
        if [[ -d "$1" ]]; then
     retval=$( cd "$1" ; pwd )
        else 
     retval=$( cd $( dirname "$1" ); pwd )/$(basename "$1")
        fi
        cd $curdir
        echo $retval
    }
    
    while getopts p:h:u:l:v opt ; do
        case "$opt" in
     p) PORT=$OPTARG    ;;
     h) HOST="$OPTARG"  ;;
     i) usage ;  exit   ;;
     v) set -x          ;;
     ?) usage ;  exit   ;;
        esac
    done
    
    shift `expr $OPTIND - 1`
    
    while [[ x$1 != x ]]; do
        target=$(abspath $1)
        ssh -f -p $PORT ${RU}@${HOST} "emacsclient -n \"/${LHOST}:/${target}\""
        shift
        # or some funky race condition screws everything up 
        sleep 2
    done
  5. Explanation: the script above formats a file path in a form digestible to tramp - that is/hostname:/blah/blah (I need two leading slashes within emacs, only one from a shell, I wonder why). It then sends the command emacsclient -n , via ssh, to my local desktop, using the tunnel I just created - my machine, like 99.9% of modern enduser machines is behind a firewall with NAT o top - that explains the need of the firewall. Now emacs opens the file(s) via the regular forward ssh channel
And there you have it: local editing of remote files, from the CLI, with emacs.

Wednesday, December 4, 2013

Assistenza Clienti (della serie il fumo è buono)

Un cliente si lamenta con forza che la sua copia di  Autocad a 64 bit è incompatibile con un PC a 32 bit (che ha da alcuni anni) e chiede di sapere perché gli abbiamo venduto un prodotto incompatibile e inferiore.

Ad un controllo in contabilità risulta che:
  1. il PC non gliel'avevamo venduto noi
  2. neanche il sistema operativo
  3. neanche autocad.
  4. WTF?????
Una cliente  vuole sapere perchè le mail che scrive e invia attraverso il nostro server  vanno a finire nello spam dei destinatari (messaggi senza oggetto, senza body, 4 allegati binari: chissà come mai).

Dopo un po' che le spiegavo, con voce suadente, l'ABC dei filtri antispam, mi fa:

 "E allora come mai se spedisco con l'iPhone non ci vanno, nello spam? Eh?" 
Io: "Ma spedisce lo stesso messaggio?"
"No, uno diverso."
Io: *facepalm*

Evidentemente vanno tutti dallo stesso pusher.