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Monday, October 12, 2015

Di un libro quasi comperato (grazie al cane). Quasi una recensione, quindi.

Ritratto di Marie salvatrice
In una delle mie puntate in libreria del Sabato mattina, ho preso in  mano il libro di Yanis Varoufakis, "E' l'economia che cambia il mondo". Mi dirigevo verso la cassa, deciso ad acquistarlo, quando Marie (il mio cane di 5 anni, e compagna delle mie passeggaite di Sababto mattina. Illustrata a sinistra), ha deciso, come fanno quelli della sua specie che non avrebbe mai e poi mai potuto abbandonare il negozio senza avere prima placato la sua sete di conoscenza annusando un odore - quasi certamente  rivoltante - che proveniva dall'angolo opposto a quello dove si trova la cassa. Ve beh, è Sabato per me e anche per il cane - mi sono detto assecondandola. Mentre lasciavo che annusasse a sazietà, ho adocchiato una poltroncina modello IKEA che la provvidenza libraia aveva messo proprio a portata delle mie terga, e mi ci sono accomodato iniziando  a sfogliare il libro, mentre Marie si posizionava strategicamente nel punto di massimo ingombro, in modo da far inciampare tutti quelli che passassero nel raggio di una ventina di metri dalla mia postazione.

Questo contrattempo in forma di cane ha fatto sì che mi rendessi conto che Yanis:

  • Scrive con l'abusato e ormai quasi insopportabile artificio retorico di "X spiegato a mia figlia";
  • Ritiene che l'agricoltura sia stata inventata dagli europei perché avevano depauperato l'ambiente...
  • ...ma non dagli australiani che "vivevano in armonia con la natura" creando miti e opere d'arte "di rilevantissimo valore culturale"...
  • ...mentre gli africani (che  avevano anch'essi l'agricoltura: perché, Yanis non lo spiega) non sono riusciti a dominare l'Europa perchè per motivi cliematici non potevano trapiantare le loro colture da Sud a Nord;
  • Ritiene che la rivoluzione industriale britannica sia stata causata dai proprietari feudali per riciclare il surplus di manodopera nelle industrie, e che questo abbia disgraziatamente distrutto la millenarie tradizioni agricole feudali. Questo viene scritto con una vena di rimpianto - I kid you not - mentre il fatto che in altre regioni d'Europa il permanere di quelle millenarie tradizioni risultasse oin crisi alimentari e (orribili) carestie periodiche pare non turbare più di tanto il Nostro.
  • Ritiene che tutta la storia umana sia una di sopraffazione in perpetuo inseguimento del surplus, che solo pochi saggi gruppi umani evitano. Gli aborigeni australiani sono l'unico esempio in cui mi sono imbattuto.
  • Generalmente pensa che il modo migliore di risolvere ogni problema economico sia attraverso una legge impositiva creata dal "Governo" la cui (del Governo) bontà è sempre data per certa.
A queso punto Marie ha visto un beagle uscire dalla libreria e ha dato chiari segni di volerlo seguire, strappandomi dalla marea di insulsaggini in cui Varoufakis mi stava avviluppando. Ho riposto il libro nello scaffale, e, decidendo che stava molto meglio lì, sono uscito dal negozio. Grazie al cane.

Wednesday, October 7, 2015

La biblioteca, incarnata

Un programmatore umanista di genio - e mio fratello spirituale - ha realizzato in concreto il vasto edificio intellettuale che fino ad ora si poteva solo contemplare nel racconto "La biblioteca di Babele", contenuto nella raccolta "Finzioni"  dell'immenso autore argentino Jorge Luis Borges.

Si tratta di un sito che mi tocca particolarmente da vicino, perché ricordo ancora come(*) scoprii questo capolavoro, e lo stupore e la meraviglia di cui mi riempì.

Come previsto da Borges la Biblioteca contiene anche la propria descrizione espressa con le stesse parole usate dall'autore nel racconto omonimo.

Gli attuali limiti dell'algoritmo usato fanno sì che la descrizione che si può trovare oggi sia spezzettata in sei parti (i link del paragrafo precedente) e la mia pigrizia che la traslitterazione dallo spagnolo sia imperfetta specie nelle accentate. Ma è certo che una traslitterazione impeccabile, in unico brano continuo e conforme all'originale, vi è contenuta, così come la sua traduzione in Italiano, ed in ogni altra lingua concepibile.

Il sito permette di cercare qualsiasi combinazione di 3200 caratteri  di ricordarne la collocazione, che è immutabile.

Questo testo, naturalmente, è superfluo - la biblioteca lo contiene già.

(*) Il racconto era in appendice alla bellissima antologia, curata da Fruttero e Lucentini "Il secondo libro della fantascienza", che, a 11 anni,  avevo divorato dopo avere scoperto la non meno bella antologia di cui quella era il seguito, "Le meraviglie del possibile", Einaudi, 1959.

LA BIBLIOTECA DI BABELE (J. L. BORGES)

L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d'una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un'altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l'altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che si inabissa e s'innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?), io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l'infinito... La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall'esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l'aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto, per lo meno, della nostra intuizione dello spazio.

Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I mistici pretendono di avere, nell'estasi, la rivelazione d'una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi basti, per ora, ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d'accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi.

Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l'eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L'uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli; l'universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l'opera di un dio. Per avvertire la distanza che c'è tra il divino e l'umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d'un libro, con le lettere organiche dell'interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.

Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque. Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide in un esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere M C V, perversamente ripetute dalla prima all'ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l'ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. È ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d'una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano... Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea). Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preterite o remote. Ora, è vero che gli uomini più antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani più sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili M C V non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Altri insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di M C V nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono a una crittografia; questa ipotesi è stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori.

Cinquecento anni fa, il capo d'un esagono superiore trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v'erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile.

Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questo gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli dissero che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d'un dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca. Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi eguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell'alfabeto.

Stabilí, inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch'è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell'avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l'evangelo gnostico di Basilide , il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto.

Non v'era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono. L'universo era giustificato, l'universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell'universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro.

Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s'accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono... Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero.

Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell'umanità: l'origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l'inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni... Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell'esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s'ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro più vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s'aspetta di trovare nulla.

Alla speranza smodata, com'è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d'un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí che s'interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparì, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s'occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine.

Altri, per contro, credettero che l'importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l'insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i «tesori» che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosí enorme che ogni riduzione d'origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola.

Contrariamente all'opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell'orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l'idea delirante di conquistare i libri dell'Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici. Sappiamo anche d'un'altra superstizione di quel tempo: quella dell'Uomo del Libro. In un certo scaffale d'un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l'ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano tracce del culto di quel funzionario remoto.

Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle più lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l'ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosi all'infInito... In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell'universo esista un libro totale; prego gli dèi ignoti che un uomo - uno solo, e sia pure da migliaia d'anni!, - l'abbia trovato e l'abbia letto. Se l'onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all'inferno. Ch'io sia oltraggiato e annientato. ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.

Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l'umile e semplice coerenza) è una quasi miracolosa eccezione.

Parlano (lo so) della “Biblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio”. Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano. testimoniano generalmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s'intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlo.

Queste proposizioni, a prima vista incoerenti. sono indubbiamente suscettibili d'una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

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che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in alcuno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni - e cosi pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario, in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu che mi leggi, sei sicuro d'intendere la mia lingua?) Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione.

Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno più frequenti. M'inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana - l'unica - stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.

Aggiungo: infinita. Non introduco quest'aggettivo per un'abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il numero possibile dei libri. Io m'arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l'Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine.

Monday, January 26, 2015

A Unix Administrator's Bookshelf

These titles came about from a discussion on the Italian Facebook Group VUA. I'm leaving them here (minus the obviously jocular titles), as a form of public service.

Technical

  • "The C programming language" Kerningham, Ritchie
  • "Advanced Programming in the Unix Environment","UNIX Network Programming" Stevens
  • "Modern Operating Systems","Computer Networks" Tanenbaum
  • "UNIX and Linux System Administration Handbook" Evi Nemeth et al.
  • "Programming Perl", "Learning Perl", "Perl Cookbook" O' Reilly Media publishing
  • "Modern Perl" Chromatic
  • "Programming Python", "Learning Python", "Python Cookbook" O' Reilly Media publishing
  • "The Art of capacity planning:scaling web resources" J.Allspaw

Conceptual

  • "The Art of Computer Programming" Knuth
  • "Gödel, Escher, Bach: an Eternal Golden Braid", Hofstadter

Essays & Journalism

Inspirational

  • "L'arte di insultare" e "L'arte di avere ragione" Arthur Schopenhauer
  • "2001: A Space Odissey", A.C. Clarke
  • "IT", S. King

Friday, August 29, 2014

Chiuso è chi il chiuso fa (kindle, amazon e le piattaforme chiuse)

Continuo a leggere, in cielo, in terra e in ogni luogo, che il kindle (l'e-reader di amazon) è una piattaforma chiusa. (Opinione spesso sostenuta da chi vede Amazon come un pugno in un occhio) Siccome ho passato buona parte della mia vita a combattere le piattaforme chiuse, dovrei essere in grado di (ri)conoscerne una  quando la vedo, e il kindle (di adesso) non è chiusa come si dice. Certo non è open nel senso della FSF, ma lo è (o potrebbe esserlo) quasi quanto quanto lo è android e certo di più di quanto non sia   IOS.

Forse qui vale la pena di spiegare i termini della questione, per chi non sia informato. Sto parlando di tutte le piattaforme di lettura su dispositivo mobile o fisso, sia quelle dedicate (dette e-reader: ad esempio kindle, kobo, nook), sia quelle software (programmi o app di lettura che possono essere installati su dispositivi generali, come smartphone, tablet o PC).

La totalità di queste piattaforme è in grado di leggere ebook in (almeno) due formati diversi. Uno dei due è quasi sempre il Portable Document Format o PDF . L'altro è molto spesso il formato ePub tranne che per il Kindle che utilizza il formato mobiPocket (in breve, mobi).
Il supporto per PDF è quasi obbligatorio, visto che questo è l'unico formato in grado di presentare decentemente libri in cui l'aspetto tipografico è importante (ad esempio, i libri illustrati). Non è qui che si gioca però la partita degli e-book ,visto che i PDF (normalmente progettati per dimensioni di pagina dell'ordine di un foglio A4) su schermi  di dimensioni inferiori ai 10 pollici sono poco o per niente leggibili  - e i reader/dispostivi più comuni hanno schermi di dimensioni attorno ai 6 pollici.

E' sul secondo formato (ePub o mobi) che si gioca la partita aperto/chiuso. Alcuni degli argomenti sull'apertura/chiusura dei formati degli ebook vertono sulla proprietà (intellettuale: nel senso di chi possiede i brevetti, delle licenze d'uso e così via). Da questo punto di vista, l'uico formato effettivamente aperto sarebbe epub. Ma è una distinzione poco interessante, perché è possibiissimo e legalissimo anche produrre documenti in formato mobi o PDF, senza dare un centesimo ai proprietari dei formati (Amazon e Adobe, rispettivamente).

La chiusura (o apertura) della piattaforma ebook, in pratica, è determinata da cosa accade quando ai libri si applicano procedimenti di DRM (Digital Rights Management). Senza entrare nei dettagli, si può pensare che il DRM sia una forma di protezione dalla copia che consiste nel cifrare un libro in modo che esso sia acessibile solo dal detentore di una certa password/numero seriale (spesso memorizzata nel,  o comunque associata al, dispositivo usato per fare l'acquisto). Il DRM rende difficile far copie di un e-book, apparentemente con questo proteggendo il reddito di editore e autore, ma rende anche molto difficile prestare un e-book, o cambiare modello di reader. La scelta di applicare o no la protezione DRM ad un libro dipende esclusivamente da una scelta del produttore stesso. Gli ebook non protetti da DRM sono copiabili ,prestabili, e possono passare da un lettore ad un altro (a volte rendendosi necessaria una traduzione da un formato ad un altro, cosa resa più semplice da programmi come Calibre). E' questo il caso ad esempio dei classici della letteratura liberamente distribuiti dal Progetto  Gutenberg (mi piacerebbe dire lo stesso anche dal progetto LiberLiber, che però ha scelto scelto di  pubblicare in ePub, rtf, txt, ma non in mobi)

La maggior parte dei reader aderisce ad una piattaforma di DRM detta ADEPT (Adobe Digital Experience Protection Technology, o, per brevità, Adobe DRM ). La maggior parte, dicevo, con le notevoli eccezioni di kobo (che usa un proprio DRM per il formato kepub) e Kindle, che usa il DRM proprietario Amazon. Qui è necessario un momento di attenzione: ADEPT e kepub non sono più "aperti" di Kindle, in senso tecnico: ADEPT è opaco quanto il DRM di Amazon, e lo stesso dicasi di kepub. La sensazione di maggior apertura è dovuta al fatto che la maggior parte dei produttori di e-reader ha deciso di pagare le royalty di Adobe, anche perchè non è possibile (almeno-credo) prendere in licenza il DRM di Amazon.

La conseguenza è che, sul kindle, gli unici e-book protetti da DRM disponibili sono quelli comprati sul sito di Amazon; inoltre gli ebook in formato mobi e protetti dallo schem DRM di Amazon sono leggibili sul solo Kindle. Gli ebook che utilizzano ADEPT, invece, sono  fruibili su tutti i lettori che aderiscono allo schema DRM di Adobe.  Ed è questo che fa scrivere tanto spesso che il kindle è una piattaforma chiusa: se hai un kindle puoi leggere solo i libri che compri da Amazon o i libri che non sono protetti da DRM.

L'ultima parte della frase è cruciale. Infatti produrre e distribuire (anche vendendoli) documenti in formato .mobi è perfettamente possibile e legale, e questi documeti si leggono perfettamente sul kindle, che sarebbe quindi una piattaforma aperta...

...al momento, invece, è chiusa a causa di  una scelta degli editori, o meglio, di due scelte:

  1. sposare la pratica del DRM; 
  2. non pubblicare in .mobi
Per contro, chi scegliesse di pubblicare senza DRM potrebbe uscira anche in .mobi senza usare la piattaforma Amazon  e:

  • raggiungere tutti i clienti Kindle
  • distribuire appoggiandosi a @free.kindle.net (questo non sono certo sia legale- IANAL)
  • dare noia ad amazon che sull'hardware kindle non fa soldi (spesso ne perde). 

Tutte cose che amazon potrebbe, volendo, togliere al prossimo upgrade  - Amzon giveth, Amazon taketh away.  Ma solo con un considerevole danno alla sua piattaforma.

"And so, as my mom used to say, 'Closed is as closed does'".

Wednesday, August 20, 2014

They Met

"They met in the center of the bridge, the dry moat beneath them. Moonlight silvered the cruel edges of the spikes that lined its bed."
G.R.R. Martin

Tuesday, August 19, 2014

Top Ten

In nessun ordine particolare, i miei dieci libri preferiti di sempre (per quel che ne penso oggi :-) ).
  1. Il Maestro e Margherita - Michail Bulgakov
  2. Huckleberry Finn - Mark Twain
  3. Le Città Invisibili - Italo Calvino
  4. Finzioni - Jorge Louis Borges
  5. A Christmas Carol - Charles Dickens
  6. Neanche gli Dei - Isaac Asimov
  7. Lord of the Rings - John Ronald Reuel Tolkien
  8. Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana - Carlo Emilio Gadda
  9. Alice nel Paese delle Meraviglie/Attraverso lo Specchio - Lewis Carroll
  10. It - Stephen King

Wednesday, June 11, 2014

Demoiselle d'Ys

"Il Re in Giallo" è una raccolta di racconti, ''soprannaturali'' scritti  da Robert Chambers. Chambers, almeno in Italia, è poco conosciuto. Anche negli USA, è soprattutto ricordato per le influenze che ha avuto su altri, specialmente su H.P.Lovecraft e per essere stato di recente evocato dalla stupenda serie di telefilm "True Detective". Chambers era stato a sua volta influenzato, nello scrivere "Il Re in Giallo", da un racconto di Ambrose Bierce, ("An Inhabitant of Carcosa") a cui si ispira la poesia che introduce la raccolta: 

"Along the shore the cloud waves break,
The twin suns sink behind the lake,
The shadows lengthen
In Carcosa.
Strange is the night where black stars rise,
And strange moons circle through the skies,
But stranger still is
Lost Carcosa.
Songs that the Hyades shall sing,
Where flap the tatters of the King,
Must die unheard in
Dim Carcosa.
Song of my soul, my voice is dead,
Die thou, unsung, as tears unshed
Shall dry and die in
Lost Carcosa."

La raccolta è graziosa, ma non varrebbe, in fondo, la pena di una recensione: scritta nel solco che sta tra Edgar Allan Poe e Lovecraft, non eguaglia il primo ed è superato dal secondo (che precedette). Però contiene la notevole poesia che ho già riportato e, in uno dei racconti, descrive questo incontro, con una prosa e con  immagini che io ho trovato affascinanti. Lo riporto in lingua originale, riservandomi di  tradurlo quando avrò tempo.

Antefatto: il protagonista intraprende da solo una partita di caccia su una remota isola al largo della costa della Bretagna, e si smarrisce.

Now I knew that I had lost myself, as I sat there smoking, with the sea-wind blowing in my face. On every side stretched the moorland, covered with flowering gorse and heath and granite boulders. There was not a tree in sight, much less a house. After a while, I picked up the gun, and turning my back on the sun tramped on again.
There was little use in following any of the brawling streams which every now and then crossed my path, for, instead of flowing into the sea, they ran inland to reedy pools in the hollows of the moors. I had followed several, but they all led me to swamps or silent little ponds from which the snipe rose peeping and wheeled away in an ecstasy of fright. I began to feel fatigued, and the gun galled my shoulder in spite of the double pads. The sun sank lower and lower, shining level across yellow gorse and the moorland pools.
As I walked my own gigantic shadow led me on, seeming to lengthen at every step. The gorse scraped against my leggings, crackled beneath my feet, showering the brown earth with blossoms, and the brake bowed and billowed along my path. From tufts of heath rabbits scurried away through the bracken, and among the swamp grass I heard the wild duck's drowsy quack. Once a fox stole across my path, and again, as I stooped to drink at a hurrying rill, a heron flapped heavily from the reeds beside me. I turned to look at the sun. It seemed to touch the edges of the plain. When at last I decided that it was useless to go on, and that I must make up my mind to spend at least one night on the moors, I threw myself down thoroughly fagged out. The evening sunlight slanted warm across my body, but the sea-winds began to rise, and I felt a chill strike through me from my wet shooting-boots. High overhead gulls were wheeling and tossing like bits of white paper; from some distant marsh a solitary curlew called. Little by little the sun sank into the plain, and the zenith flushed with the after-glow. I watched the sky change from palest gold to pink and then to smoldering fire. Clouds of midges danced above me, and high in the calm air a bat dipped and soared. My eyelids began to droop. Then as I shook off the drowsiness a sudden crash among the bracken roused me. I raised my eyes. A great bird hung quivering in the air above my face. For an instant I stared, incapable of motion; then something leaped past me in the ferns and the bird rose, wheeled, and pitched headlong into the brake.
I was on my feet in an instant peering through the gorse. There came the sound of a struggle from a bunch of heather close by, and then all was quiet. I stepped forward, my gun poised, but when I came to the heather the gun fell under my arm again, and I stood motionless in silent astonishment. A dead hare lay on the ground, and on the hare stood a magnificent falcon, one talon buried in the creature's neck, the other planted firmly on its limp flank. But what astonished me, was not the mere sight of a falcon sitting upon its prey. I had seen that more than once. It was that the falcon was fitted with a sort of leash about both talons, and from the leash hung a round bit of metal like a sleigh-bell. The bird turned its fierce yellow eyes on me, and then stooped and struck its curved beak into the quarry. At the same instant hurried steps sounded among the heather, and a girl sprang into the covert in front. Without a glance at me she walked up to the falcon, and passing her gloved hand under its breast, raised it from the quarry. Then she deftly slipped a small hood over the bird's head, and holding it out on her gauntlet, stooped and picked up the hare.
She passed a cord about the animal's legs and fastened the end of the thong to her girdle. Then she started to retrace her steps through the covert. As she passed me I raised my cap and she acknowledged my presence with a scarcely perceptible inclination. I had been so astonished, so lost in admiration of the scene before my eyes, that it had not occurred to me that here was my salvation. But as she moved away I recollected that unless I wanted to sleep on a windy moor that night I had better recover my speech without delay. At my first word she hesitated, and as I stepped before her I thought a look of fear came into her beautiful eyes. But as I humbly explained my unpleasant plight, her face flushed and she looked at me in wonder.
"Surely you did not come from Kerselec!" she repeated.
Her sweet voice had no trace of the Breton accent nor of any accent which I knew, and yet there was something in it I seemed to have heard before, something quaint and indefinable, like the theme of an old song.
I explained that I was an American, unacquainted with Finistère, shooting there for my own amusement.
"An American," she repeated in the same quaint musical tones. "I have never before seen an American."
For a moment she stood silent, then looking at me she said. "If you should walk all night you could not reach Kerselec now, even if you had a guide."
This was pleasant news.
"But," I began, "if I could only find a peasant's hut where I might get something to eat, and shelter."
The falcon on her wrist fluttered and shook its head. The girl smoothed its glossy back and glanced at me.
"Look around," she said gently. "Can you see the end of these moors? Look, north, south, east, west. Can you see anything but moorland and bracken?"
"No," I said.
"The moor is wild and desolate. It is easy to enter, but sometimes they who enter never leave it. There are no peasants' huts here."
"Well," I said, "if you will tell me in which direction Kerselec lies, to-morrow it will take me no longer to go back than it has to come."
She looked at me again with an expression almost like pity.
"Ah," she said, "to come is easy and takes hours; to go is different—and may take centuries."
I stared at her in amazement but decided that I had misunderstood her. Then before I had time to speak she drew a whistle from her belt and sounded it.
"Sit down and rest," she said to me; "you have come a long distance and are tired."
She gathered up her pleated skirts and motioning me to follow picked her dainty way through the gorse to a flat rock among the ferns.
"They will be here directly," she said, and taking a seat at one end of the rock invited me to sit down on the other edge. The after-glow was beginning to fade in the sky and a single star twinkled faintly through the rosy haze. A long wavering triangle of water-fowl drifted southward over our heads, and from the swamps around plover were calling.
"They are very beautiful—these moors," she said quietly.
"Beautiful, but cruel to strangers," I answered.
"Beautiful and cruel," she repeated dreamily, "beautiful and cruel."
"Like a woman," I said stupidly.
"Oh," she cried with a little catch in her breath, and looked at me. Her dark eyes met mine, and I thought she seemed angry or frightened.
"Like a woman," she repeated under her breath, "How cruel to say so!" Then after a pause, as though speaking aloud to herself, "How cruel for him to say that!"
I don't know what sort of an apology I offered for my inane, though harmless speech, but I know that she seemed so troubled about it that I began to think I had said something very dreadful without knowing it, and remembered with horror the pitfalls and snares which the French language sets for foreigners. While I was trying to imagine what I might have said, a sound of voices came across the moor, and the girl rose to her feet.
"No," she said, with a trace of a smile on her pale face, "I will not accept your apologies, monsieur, but I must prove you wrong, and that shall be my revenge. Look. Here come Hastur and Raoul."
Two men loomed up in the twilight. One had a sack across his shoulders and the other carried a hoop before him as a waiter carries a tray. The hoop was fastened with straps to his shoulders, and around the edge of the circlet sat three hooded falcons fitted with tinkling bells. The girl stepped up to the falconer, and with a quick turn of her wrist transferred her falcon to the hoop, where it quickly sidled off and nestled among its mates, who shook their hooded heads and ruffled their feathers till the belled jesses tinkled again. The other man stepped forward and bowing respectfully took up the hare and dropped it into the game-sack.
"These are my piqueurs," said the girl, turning to me with a gentle dignity. "Raoul is a good fauconnier, and I shall some day make him grand veneur. Hastur is incomparable."
The two silent men saluted me respectfully.
"Did I not tell you, monsieur, that I should prove you wrong?" she continued. "This, then, is my revenge, that you do me the courtesy of accepting food and shelter at my own house."
Before I could answer she spoke to the falconers, who started instantly across the heath, and with a gracious gesture to me she followed. I don't know whether I made her understand how profoundly grateful I felt, but she seemed pleased to listen, as we walked over the dewy heather.
"Are you not very tired?" she asked.
I had clean forgotten my fatigue in her presence, and I told her so.
"Don't you think your gallantry is a little old-fashioned?" she said; and when I looked confused and humbled, she added quietly, "Oh, I like it, I like everything old-fashioned, and it is delightful to hear you say such pretty things."
The moorland around us was very still now under its ghostly sheet of mist. The plovers had ceased their calling; the crickets and all the little creatures of the fields were silent as we passed, yet it seemed to me as if I could hear them beginning again far behind us. Well in advance, the two tall falconers strode across the heather, and the faint jingling of the hawks' bells came to our ears in distant murmuring chimes.
Suddenly a splendid hound dashed out of the mist in front, followed by another and another until half-a-dozen or more were bounding and leaping around the girl beside me. She caressed and quieted them with her gloved hand, speaking to them in quaint terms which I remembered to have seen in old French manuscripts.
Then the falcons on the circlet borne by the falconer ahead began to beat their wings and scream, and from somewhere out of sight the notes of a hunting-horn floated across the moor. The hounds sprang away before us and vanished in the twilight, the falcons flapped and squealed upon their perch, and the girl, taking up the song of the horn, began to hum. Clear and mellow her voice sounded in the night air.
"Chasseur, chasseur, chassez encore,
Quittez Rosette et Jeanneton,
Tonton, tonton, tontaine, tonton,
Ou, pour, rabattre, dès l'aurore,
Que les Amours soient de planton,
Tonton, tontaine, tonton."
As I listened to her lovely voice a grey mass which rapidly grew more distinct loomed up in front, and the horn rang out joyously through the tumult of the hounds and falcons. A torch glimmered at a gate, a light streamed through an opening door, and we stepped upon a wooden bridge which trembled under our feet and rose creaking and straining behind us as we passed over the moat and into a small stone court, walled on every side. From an open doorway a man came and, bending in salutation, presented a cup to the girl beside me. She took the cup and touched it with her lips, then lowering it turned to me and said in a low voice, "I bid you welcome."
At that moment one of the falconers came with another cup, but before handing it to me, presented it to the girl, who tasted it. The falconer made a gesture to receive it, but she hesitated a moment, and then, stepping forward, offered me the cup with her own hands. I felt this to be an act of extraordinary graciousness, but hardly knew what was expected of me, and did not raise it to my lips at once. The girl flushed crimson. I saw that I must act quickly.
"Mademoiselle," I faltered, "a stranger whom you have saved from dangers he may never realize empties this cup to the gentlest and loveliest hostess of France."
"In His name," she murmured, crossing herself as I drained the cup. Then stepping into the doorway she turned to me with a pretty gesture and, taking my hand in hers, led me into the house, saying again and again: "You are very welcome, indeed you are welcome to the Château d'Ys."

Il racconto poi prosegue e diventa una storia di genere, ma senza tornare a raggiungere le suggestioni di questo momento sospeso nella sera di una immaginaria isola Bretone.

Tuesday, June 3, 2014

Fattoide culturale(?)

Il grafico degli aritcoli di (en) wikipedia categorizzati come "Romanzi pubblicati nell'anno xxx". In ascissa c'è l'anno xxx, ovviamente - dal 1814 al 2013. Cosa rivela? Dal mero punto di vista qualitativo, non tanto, è una curva con andamento vagamente esponenziale, come uno si aspetterebbe. Se si prende come statistica seria, niente; fra l'altro ha anche delle stranezze - dal 2006 ad oggi i numeri  crollano, ma il perchè non si sa: sono calati gli editor di wikipedia? Gli articoli non sono stati categorizzati bene? Non c'è ancora stato il tempo di scrivere tutti gli articoli sui libri che, si sa, sono stati pubblicati? Colpa di internet? Colpa di (gasp) Amazon? Boh.

Se, però,  la si chiama "La curva dei romanzi (forse) notevoli degli ultimi 200 anni", una cosa la si vede:  leggerli tutti è praticamente impossibile.

Romanzi pubblicati categorizzati su wikipedia, per anno di edizione

Monday, March 31, 2014

New thing, arnesi vecchi

Ma quelli che sapevano citare "Das Kapital" per edizione, captolo e versetto, che "la tragedia fu la sconfitta do Trotzky", quelli che la "democrazia" era tra virgolette e le "libertà", spesso, "borghesi", quelli che il 1989 "meh", sì quelli lì, insomma, dove sono finiti? Molti, dopo Puerto Escondido, si ritrovano sul sito e sui blog dei Wu Ming, dove la festa continua, magari in tono un po' minore. Partendo da lì, si vezzeggiano su twitter, si recensiscono i libri a vicenda, partecipano a reciproche trasmissioni radio, eccetera.

Sul sito, una sottile impiallacciatura di No Logo, Anonymous (italianizzato con una maschera da Zanni, tiè), e Occupy dissimula, ma non riesce a nascondere, la solida vena del legno della vecchia pianta. Basta socchiudere gli occhi e l'HTML si scioglie rivelando in filigrana un volantino ciclostilato. Ah, i vecchi anni 1970, con tutta la pacottiglia che non mi sognerei mai di rimpiangere.

Ma non di questo vorrei parlare, quanto del fatto che i componenti dei Wu Ming scrivono libri, che  coerentemente - e coraggiosamente - rendono disponibili per il download. Uno di questi (di Wu Ming 1) si chiama "New Thing" che, come sa chiunque abbia avuto per le mani un disco "Impulse!" è il nome "colto" (e per questo, praticamente dimenticato) del free jazz.

Ho letto "New Thing" animato da vaghi pregiudizi (tipo "Sarà una palla allucinante"). Sono stato felicemente smentito. "New thing" è un giallo grazioso il cui impianto idelologico è giustificato dall'ambientazione (la New York degli anni '60). Anche se non riesco a perdonare a quel personaggio che parla sprezzantemente di  Stan Getz (cosa che credo nessun sassofonista abbia mai fatto, e pour cause), anche la parte del libro che riguarda la musica è informata (anche troppo, come dirò). Lo stile è debitore del New Journalism, con una spruzzata di gonzo e (IMHO) James Ellroy. Il tutto funziona piuttosto bene, nonostante un ricorrente tick accademico che emerge occasionalmente sotto forma di pedanti quasi-note-a-piè-di-pagina (come la digressione sul signifyin' nel bel mezzo di un supposto articolo giornalistico su un omicidio a Brooklyn).

La storia si sviluppa in maniera appassionante, nonostante alcuni appesantimenti (ad esempio, una trenodia recitata in prima persona dal morente  John Coltrane  che io ho trovato posticcia) e altre inspiegabili omissioni (ad esempio, ci si aspetta ad ogni momento che compaia la figura tragica Albert Ayler: e invece no). Ci si dimentica persino che, insomma, il fatto che tutta questa blackness che neanche Amiri Baraka, esca da una penna bolognese, è credibile fino a Martedì.

E si continua così fin quasi alle - dolenti - note finali.

Raccontare storie (thriller o no) è un po' come volare: se atterri male, rovini tutto il volo. (Anche nel jazz è così: se suoni bene l'inizio e la fine, in mezzo puoi fare cosa vuoi - o quasi). Sono quasi sicuro che per l'autore di "New Thing", "ideologico" è un complimento e non una critica. Ma l'ideologia è una di quelle spezie da usare col bilancino, esageri un po' e ti ritrovi sbalestrato nei fittizi atti di un convegno pubblicati degli Editori Riuniti nel 1973 ("Cibernetica, una scienza borghese").

Così capita a questa storia, dove l'impianto ideologico e l'accademismo latente cristallizzano improvvisamente in un denouement quasi farsesco, dove si ha l'impressione di incontrare un Goldfinger fascista che abbia studiato troppa musicologia: "Si chiederà come abbia fatto a scoprirla, Bond. Sono state le settime diminuite della sua versione di 'Black Bottom Stomp' a farmi sospettare di lei." "Ingegnoso, Goldfinger, l'avevo sottovalutata. Ma non erano settime diminuite, erano settime napoletane" "Dannato figlio della perfida albione! Ma non riderà tanto fra due ore..." etc.

Un po' è anche colpa del fatto che, avendo messo tanta carne al fuoco in poche pagine, l'autore pare attanagliato dalla fretta di chiudere e anche questo non aiuta. Peccato, perché così "New Thing" prende 6+ e poteva essere un 8.

Wednesday, August 24, 2011

Happy Birthday Jorge Luis.

El universo (que otros llaman la Biblioteca) se componte de un número indefinido, y tal vez infinito, de galerías hexagonales, con vastos pozos de ventilación en el medio, cercados por barandas bajísimas. Desde cualquier hexágono se ven los pisos inferiores y superiores: interminablemente. La distribución de las galerías es invariable. Veinte anaqueles, a cinco largos anaqueles por lado, cubren todos los lados menos dos; su altura, que es la de los pisos, excede apenas la de un bibliotecario normal. Una de las caras libres da a un angosto zaguán, que desemboca en otra galería, idéntica a la primera y a todas. A izquierda y a derecha del zaguán hay dos gabinetes minúsculos. Uno permite dormir de pie; otro, satisfacer las necesidades finales. Por ahí pasa la escalera espiral, que se abisma y se eleva hacia lo remoto. En el zaguán hay un espejo, que fielmente duplica las apariencias. Los hombres suelen inferir de ese espejo que la Biblioteca no es infinita (si lo fuera realmente ¿a qué esa duplicación ilusoria?); yo prefiero soñar que las superficies bruñidas figuran y prometen el infinito... La luz procede de unas frutas esféricas que llevan el nombre de lámparas. Hay dos en cada hexágono: transversales. La luz que emiten es insuficiente, incesante.

[...]
Yo me atrevo a insinuar esta solución del antiguo problema: La biblioteca es ilimitada y periódica. Si un eterno viajero la atravesara en cualquier dirección, comprobaría al cabo de los siglos que los mismos volúmenes se repiten en el mismo desorden (que, repetido, sería un orden: el Orden). Mi soledad se alegra con esa elegante esperanza.
-- Jorge Luis Borges (Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo) (August 24, 1899 – June 14, 1986)